Quando la carne è troppo umana

Uscire ogni tanto dalla mia zona comfort di lettura non può che farmi bene. Diciamolo pure. Non sono un lettore che apprezza la letteratura orientale. Non so, sarà stata la mia brutta esperienza con Uomini senza donne di Murakami ad avermi convinto che la scrittura orientale non era proprio di mio gradimento. E quindi per anni ho cercato di tenermi lontano, nonostante sia in possesso di tantissime opere di autori e autrici orientali. Tra queste, giaceva nel mio scaffale da un po’ il romanzo La vegetariana di Han Kang, edito Adelphi.
Un’opera che ha fatto discutere, con pareri contrastanti, una prima parte che a volte ha lasciato l’amaro in bocca, se non altro per alcuni stereotipi tipicamente orientali. A questi, essendo parte interna della cultura orientale, non ho dato quel peso che in altre recensioni, invece, ho reso essere il motore avviante per destrutturare e demolire l’opera. Semplicemente, in quanto lettori occidentali, a determinati schemi di scrittura, che ci risultano atipici, non siamo abituati.
Oggi, tuttavia, non voglio soffermarmi tanto sulla trama dell’opera. Su quella, molti hanno speso parole, positive o negative che siano. Mi piacerebbe, invece, compiere un’analisi linguistica-letteraria sulla scrittura e sulle tematiche proposte da Han Kang.
Continua a leggere “Quando la carne è troppo umana”

Tutti i suoni sono racconti

Qualche giorno fa mi è capitata tra le mani un’opera bizzarra per la morfologia interna. Si tratta di un’opera, di per sé, sconosciuta, ma non il suo autore, il quale rappresenta uno dei maggiori esponenti del simbolismo russo.
Andrej Belyj, noto ai più per Pietroburgo edito Adelphi, mi ha stupito per la capacità di racchiudere in poco più di 106 pagine, in Glossolalia, edito Medusa Edizioni, l’importanza che ha per l’uomo la parola – o sarebbe meglio dire l’importanza che ha per la parola l’uomo?-
Lo ammetto. Come linguista non potevo non essere attratto da un’opera che fa della parola il momento più alto, più riflessivo, che riesce a mettere al centro del narrato le continue corrispondenze sonore e lessicali tra le lingue, dalle più antiche alle più moderne.

Continua a leggere “Tutti i suoni sono racconti”

Quante estati ricorderemo?

Quando conobbi per la prima volta Cesare Pavese fu con Lavorare stanca edito Einaudi, edizione ampliata del 1943. Allora questo autore mi sembrava del tutto estraneo alla nostra tradizione letteraria. Nella sua voce c’erano le eco di una sapienza antica, lentamente abbandonata per far spazio ai sapori tutti borghesi, poi criticati qualche tempo dopo da Pasolini – pur seguendone gli schemi, si intende.
Al di là della qualità letteraria di Pavese, credo che rappresenti l’ultimo valoroso eroe che ha cercato di dare una connotazione di mestiere al ruolo di intellettuale, ma prima ancora di poeta. Forse, se non fosse stato a lungo abbandonato, messo ai margini, a quest’ora le parole di Pavese non sarebbero soltanto utilizzate da cornice social per ingraziarsi un pubblico affamato di buoni valori, ma avrebbero certamente mantenuto quel complesso di significazioni che, nel contesto crociano, erano state deprezzate e ridotte all’osso, a puro applicativo di secondo grado (quindi l’arte non intesa alla maniera greca, ma come esecuzione che dà forma materiale e nient’altro).

Continua a leggere “Quante estati ricorderemo?”

Le difficoltà della parola femminismo

Quando guardo la mia libreria ho sempre una punta di orgoglio che mi prende, sapendo di aver letto tutti quei libri, lì, esposti a prender polvere. Però, lo ammetto, c’è un angolino di questa libreria di cui mi vergogno ed è lo scaffale dedicato alle penne femminili. Starete pensando che la vergogna sia dettata dal fatto che quello scaffale sia vuoto, o comunque uno spazio meno curato rispetto agli altri. Potrebbe pure essere un motivo corretto, se si pensa ai dati disastrosi che riguardano il sesso maschile, che sono poco interessati alla lettura, e ancora meno a leggere scrittrici. Invece no. Il mio imbarazzo è provocato dal fatto che ci sono due opere che mi hanno sempre spaventato. Affrontarle sarebbe stato mettere in discussione me stesso, in quanto uomo, in quanto appartenente a quella categoria di genere che, secondo il classico stereotipo occidentale e non solo, sarebbe quella dominante (per chi? e per come?) – in potenza e nel sociale.
Queste due opere sono, una Dalla parte delle bambine di Belotti edito Feltrinelli, di cui mi riprometto di leggere molto presto, e l’altra invece è Dovremmo essere tutti femministi di Adichie edito Einaudi.

Continua a leggere “Le difficoltà della parola femminismo”